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Le leggende metropolitane dell'acquariofilia (W.Peris)

L'ambiente dell'acquariofilia è ricco di frasi celebri, detti famosi e... indicazioni ridicole. Questo è dovuto al fatto che per anni si sono riportate frasi e indicazioni che nessuno si è mai preso la briga di verificare o, addirittura, di capire che potevano essere indicate 20 anni fa, ma che alla luce delle attuali conoscenze, diventano addirittura assurde.

Articolo di Walter Peris
sul sito www.walterperis.it (non più online)

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Descrizione

Dying - Una pianta acquatica morente - Foto © Marcus Wallinder

Il nostro ambiente è ricco di frasi celebri, detti famosi e... indicazioni ridicole.
:-(((

Spesso, infatti, capita di sentire un appassionato, da poco entrato in questo mondo, fare domande su specifici argomenti e, altrettanto spesso, il malcapitato si sente dare risposte che sono, a dir poco, raccapriccianti per "uno del settore", ma che lui non è in grado di valutare per quello che sono: SCIOCCHEZZE. Questo è dovuto al fatto che per anni si sono riportate frasi e indicazioni che nessuno si è mai preso la briga di verificare o, addirittura, di capire che potevano essere indicate 20 anni fa, ma che alla luce delle attuali conoscenze, diventano addirittura assurde.

Ecco qualche "perla di saggezza"....

Quanti pesci e in che volume?

Questa, insieme a quella sulla quantità di luce, è, probabilmente, la più assurda tra le leggende che popolano il mondo dell'acquariofilia.

A prima vista potrebbe venire da chiedersi per quale motivo io debba essere così "cattivo" verso quella che, da molti, viene ancora considerata un'indicazione preziosissima per un neofita che vuole sapere quanti pesci mettere nell'acquario.

A questa domanda si possono dare molte risposte, in parte sensate e corrette, in parte assurde. Tra le seconde, troviamo la classica "leggenda":

per popolare una vasca, calcola 1 o 2 litri di acqua per centimetro di pesce.

Messa così, come detto, sembra un'indicazione innocente. In realtà, nasconde una terribile insidia: il neofita non si rende conto che, ad esempio, non può mettere una carpa da 50 cm, o due piraña da 25, in un acquario da 100 litri.

Lo so che molti di voi si metteranno a ridere, ma la realtà non è molto lontana.

Non sono pochi i neofiti che, all'obiezione "Ma hai troppi pesci in vasca..." replicano dicendo che 5 Scalari di 2 mesi, 6 Discus della stessa età, un branco di Guppy e 5 Ancistrus piccoli non sono molti per una vasca da 100 litri; in totale sono meno di 50 centimetri...

E lo dicono convintissimi di essere nel giusto!

Ma di chi è la colpa?

Loro?

E' colpa loro se NESSUNO gli ha fatto presente, al momento dell'acquisto, che i pesci sono sì piccoli, ma poi cresceranno!

E' colpa loro se NESSUNO gli ha fatto presente che non tutti i pesci scelti sono compatibili tra loro?

Io non lo credo. Per me la colpa sta altrove, ma stanarla e correggerla è una delle cose più difficili di questo mondo.

Per cui, prima di inserire dei pesci in una vasca, ricordiamoci che una vasca poco affollata è sempre più facile da gestire di una popolata eccessivamente.

E non dimentichiamo la regola fondamentale che ci suggerisce Takashi Amano:

per ogni pesce che comperate, comperate anche una pianta.

O, ancora meglio, mettete una pianta in più e un pesce in meno...

Quanta luce in un acquario?

Questa è, per me, la seconda più assurda "regola" che sia mai stata inventata in acquariofilia.

Chi non ha mai letto, o sentito dire, che in un acquario ci vogliono 0.5 W per litro di acqua, alzi la mano!

Eppure, come per la lunghezza dei pesci, questa regola è semplicemente ridicola.

Perché?

Semplice; NON E' POSSIBILE definire con una regola che tipo e che potenza di luce si debbano mettere in un acquario. Le variabili in gioco sono troppe, prima tra tutte la tipologia della vasca.

Una vasca dedicata ai Ciclidi dei grandi laghi africani vorrà una luce che nulla ha a che vedere con quella da mettere su una vasca di Guppy che, a sua volta, non potrà essere presa come riferimento per una vasca dedicata alle piante.

Al di là di tutto questo, si dimenticano, in genere, le dimensioni della vasca stessa; una vasca alta richiede più luce di un'identica vasca avente un'altezza inferiore. Vasche più alte di 45-50 cm richiedono, poi, illuminazioni più spinte di quelle fornite dai normali tubi fluorescenti.

Vasche con piante sciafile o che si adattino a condizioni di bassa illuminanza, richiedono meno luce di vasche allestite con piante eliofile, pena il rischio di un'esplosione di alghe.

Quindi, prima di decidere che luce mettere su una vasca è meglio decidere CHE TIPO DI VASCA si intenda allestire e solo dopo, scegliere l'illuminazione più adatta.

I pesci pulitori e spazzini

"Guardi, prenda questo pesce che l'aiuterà a tenere pulito il fondo e i vetri del suo acquario".

Chi non si è sentito rivolgere, almeno una volta nella vita, queste parole?

Sfortunatamente, queste parole sono fasulle e il vero pesce "spazzino" non è ancora stato inventato.

In genere, per "spazzini" vengono venduti pesci da fondo la cui caratteristica è quella di cibarsi direttamente sul fondo, ma non degli scarti o degli escrementi degli altri pesci, bensì di cibo vero e proprio.

Quindi, un pesce da fondo dovrà, necessariamente, essere alimentato come ogni altro pesce che si abbia in vasca.

Inoltre, i pesci da fondo hanno una loro natura e un comportamento ben definito.

Ad esempio, i Corydoras amano stare in gruppo e acquistarne un solo esemplare è sconsigliabile.

I Plecostomus, invece, sono pesci che possono raggiungere dimensioni notevoli (anche più di 20 cm); non comperateli se la vostra è una vasca da 50 litri.

Le alghe filamentose verdi indicano una buona condizione dell'acqua

Ogni volta che sento o leggo questa frase, me ne sovviene subito un'altra: "Sposa bagnata, sposa fortunata"!

Ma chi l'ha detto che una ragazza che si sposi sotto l'acqua sia anche felice?

A voi piacerebbe sposarvi sotto un diluvio?

La stessa cosa si può dire delle alghe verdi filamentose in acquario. Se in un acquario compaiono le alghe, non significa che le condizioni dell'acqua siano ottime; significa che le condizioni dell'acqua sono ottime sì, ma per lo sviluppo delle alghe.

Un'eccessiva proliferazione algale è sintomo di un'errata conduzione dell'acquario, di qualunque colore esse siano.

Quindi, se troviamo alghe verdi filamentose in vasca, non gioiamo per la felicità di avere acqua "buona"; preoccupiamoci di frenare l'invasione, prima che diventi eccessiva.

Cambi d'acqua, riduzione della popolazione di pesci e della loro nutrizione e riduzione della fertilizzazione sono le prime accortezze da prendere per rallentare la crescita di queste alghe.

Il carbone attivo rilascia ciò che ha assorbito

Il carbone attivo, questo sconosciuto, mi verrebbe da dire.

Abbiamo visto che una filtrazione continuativa con carbone è del tutto inutile e controproducente; ora vedremo se un'altra leggenda che riguarda questa "magica" polvere sia vera o meno.

Il carbone attivo viene oggi prodotto da poche ditte specializzate, secondo differenti tipologie di preparazione che ne differenziano la qualità e l'efficacia.

In pratica, nessuna ditta che tratti materiali per acquariofilia produce carbone attivo, che io sappia, ma tutte si limitano ad acquistarlo presso questi produttori e a inscatolarlo.

Questo significa che non tutti i carboni sono uguali e, in seconda battuta, che non tutti i carboni venduti per acquariofilia sono adatti per tutti gli usi acquariofili.

Detto questo, vediamo di capire se ci sia un fondo di verità nell'affermazione che sta in cima a queste righe.

Un carbone attivo ha la capacità di "attirare" nei suoi siti attivi le molecole organiche e di legarle a sé in un modo stabile, anche se non irreversibile.

Questa affermazione ha due conseguenze importanti: un carbone non è eterno e non trattiene per sempre ciò che ha assorbito.

Ma allora, direte, la leggenda di cui si sta parlando non è una leggenda?

Calma e gesso, ragazzi, ora ci arriviamo.

Innanzitutto, prima di arrivare al secondo punto, vediamo di capire la prima affermazione.

Il significato di queste parole è semplice: un carbone tende, col tempo, a saturarsi, cioè a riempire tutti i suoi siti di "inquinanti". Una volta che tutti i siti siano occupati, il carbone smetterà di lavorare e non sarà più in grado di adsorbire altri inquinanti (ho scritto adsorbire e non assorbire in quanto il processo di "cattura" messo in atto dai carboni è ben conosciuto e di natura chimica ed è differente da processo di assorbimento, tipicamente fisico, come quello che coinvolge, ad esempio, la luce).

Quindi, un carbone non dura per sempre e, perché possa svolgere il suo compito adeguatamente, deve essere sostituito periodicamente.

Per dare un'idea, se dovete eliminare i residui di un farmaco dopo un trattamento in vasca, suggerisco di usare 100 g di carbone attivo ogni 100 litri di acqua e di lasciare il carbone nel filtro per una o due settimane, al termine delle quali è meglio buttarlo e non riutilizzarlo più.

Se, dopo questo tempo il suo compito non è ancora finito vi consiglio di buttarlo e metterne di nuovo. Tenete presente che per avere un maggiore effetto pulente, l'acqua dovrebbe attraversare un carbone in maniera attiva, come accade, ad esempio, in un filtro esterno, e non passiva, come capita nei filtri biologici interni, dove l'acqua si limita a lambire il sacchetto del carbone, invece di attraversarlo completamente.

Ora, una volta che il carbone si sia saturato, c'è il rischio che tutto quello che ha adsorbito possa liberarsi e finire in vasca? E, in tal caso, è possibile, allora, "rigenerare" in casa un carbone?

La risposta a entrambe queste domande è una: no.

Una volta che un carbone si sia esaurito, le sostanze che ha legato a sé non potranno più staccarsi nelle normali condizioni di utilizzo in acquario. Per poter staccare ciò che ad esso è aderito si devono usare condizioni molto spinte di temperatura, del tutto inapplicabili in casa. E questa, ovviamente, è la risposta valida anche per la seconda domanda.

Ricordatevi che, prima dell'utilizzo, un carbone deve essere necessariamente ben lavato sotto un getto di acqua corrente per eliminare tutta la polvere che, inevitabilmente, lo ricopre.

Il carbone decolorante deve essere sempre usato

Come abbiamo visto in un altro articolo, che riguarda questo componente talvolta presente nei nostri acquari, spesso si sentono dire inesattezze sul carbone che possono generare confusione nel neofita che si accosta a questo hobby.

Alcune ditte che producono acquari inseriscono nelle loro vasche alcuni elementi del filtro che contengono carbone attivo; spesso, questa sostanza la si può trovare nella dotazione di base di molti filtri esterni a canestro; altre volte, infine, è il negoziante stesso a suggerirci l'acquisto di una confezione di carbone quando allestiamo per la prima volta un acquario.

Insomma, le tentazioni sono molte e la confusione... pure.

In vero, io credo che alla base di questo ci sia un fondo di verità dovuto al fatto che chi vende acquari, sia essa una ditta o un negoziante, parte dal presupposto che chi compera un acquario lo riempirà di certo con tonnellate di pesci e che, quindi, si ritroverà quanto prima con una vasca inquinata all'inverosimile. Il carbone, perciò, servirebbe a limitare i danni per questi acquariofili in erba.

Ma è giusto fare così?

Non sarebbe meglio spiegare PRIMA come si allestisce una vasca invece di mettere un rimedio preventivo a un disastro annunciato? Un rimedio, tra l'altro, del tutto inutile, secondo me.

Quindi, in poche parole, la mia opinione è che l'uso continuativo del carbone attivo in un acquario sia del tutto inutile.

Il carbone attivo va utilizzato solo dopo un trattamento farmacologico, volto a curare una patologia, per purificare un'acqua inquinata o decolorarla se si sia usata torba o suoi estratti.

Ah, un'ultima cosa; il carbone attivo può fare tante cose, ma di certo non assorbe nitriti o nitrati, come spesso mi sento chiedere.

Quindi, se all'atto dell'acquisto di un nuovo acquario vi viene offerto anche l'acquisto di una confezione di carbone attivo, non fatevi traviare. Non comperatelo.

Spendete, invece, la stessa somma per acquistare qualche altra pianta, sicuramente più utile e importante del carbone attivo.

Quanto cibo dare ai pesci?

Il momento più bello, per l'acquariofilo può, in alcuni casi, trasformarsi in fonte di problemi; è, infatti, esagerando col cibo somministrato che si innesca un processo perverso che porta, lentamente, la vasca a riempirsi di alghe e a innescare tutta una serie di "mosse e contromosse" per rimediare che trascina, talvolta, il sistema acquario-acquariofilo verso un punto di rottura.

Tutto questo deriva dalla famosa regola, ancora oggi diffusa come fondamento dell'acquariofilo modello, che la giusta quantità di cibo è quella che i pesci esauriscono in POCHI minuti (chi dice 2, chi 3, chi 5...).

E qui si aprono le scene più apocalittiche, come Scalari adulti che in cinque minuti esauriscono un barattolo da 25 g di cibo e Corydoras, Discus, ramirezi, e chi più ne ha più ne metta, che smagriscono sempre di più fino a morire d'inedia.

Ogni pesce ha un suo modo e una sua tempistica di nutrimento che NON DEVE essere rinchiusa in una regola tanto banale quanto stupida.

Ognuno di noi deve imparare a conoscere i propri pesci e a capire come, dove, quando e quanto mangiano, per dar loro modo di essere sempre in perfetta forma ed evitare sprechi ed eccessi che, oltre ad essere dannosi per gli stessi pesci, diventano pericolosissimi per il sistema acquario.

Ogni pesce, quindi, deve cibarsi secondo la propria natura, senza forzature o costrizioni.

Molti pesci tendono a sotto nutrirsi solo perché temono la concorrenza alimentare di altre specie (classica quella tra Discus e Scalari). Perciò facciamo attenzione a non mettere insieme specie troppo diverse nelle abitudini alimentari.

Nell'incertezza, giusto per tranquillizzare la nostra coscienza, ricordo che per un pesce è più facile morire a causa di un eccesso di cibo che non per una sua mancanza.

In un acquario ben maturo e avviato, un pesce troverà SEMPRE qualcosa da mangiare: tra alghe, microrganismi e vegetali non correrà mai il rischio di morire di fame.

Per cui, soprattutto ricordando che il cibo è la fonte primaria di inquinamento in un acquario (fosfati e nitrati, tanto per fare dei nomi, arrivano soprattutto dal cibo ai pesci), cerchiamo di dosarlo adeguatamente.

Il consiglio che, volendo, si può dare, è di dare POCO cibo, ma spesso, magari tre o quattro volte al giorno.

MA POCO!

Mi raccomando...

Le piante assorbono solo il ferro ridotto (FeII o Fe2+)

Devo dire la verità che, per un po' di tempo, mi ero cullato nella falsa speranza che questa assurda leggenda fosse, finalmente, scomparsa dal panorama acquariofilo italiano. Invece, con mio sommo disappunto, leggendo uno degli ultimi numeri di una nota rivista di acquari, incappo in questa vecchia affermazione:

"...il ferro può essere assorbito dalle piante solo in forma ridotta..."

E' proprio vero che le brutte abitudini sono dure a morire, soprattutto quelle dovute alla cattiva informazione nel nostro campo.

A questo riguardo voglio sottolineare come NON ESISTA UN SOLO ARTICOLO di carattere scientifico che dimostri, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le piante acquatiche non siano in grado di assorbire il ferro ossidato.

NON UNO!

Anzi, esistono evidenze che molte piante, per assorbire il ferro, se lo debbano portare nello stato più ossidato per poi ridurselo una volta che sia entrato nelle loro cellule.

Quindi? Come la mettiamo? Chi ha ragione?

Io non voglio ergermi a giudice o censore, ma credo che, forse, sia arrivato il momento di smetterla di continuare a riferire cose sentite dire da altri senza aver verificato se ci sia o meno un fondamento di verità.

Tra l'altro, molti fertilizzanti per acquariofilia si basano sulla somministrazione periodica di ferro ossidato (FeIII o Fe3+).

Quello che è abbastanza sicuro è che il ferro può essere assorbito dalle piante in ogni sua forma, soprattutto se chelato, al contrario di quanto possano fare le alghe, in grado di assimilare il ferro, sia ridotto che ossidato, solo se libero in acqua.

L'interruzione dell'illuminazione ostacola le alghe

Un altro esempio di come un depliant pubblicitario possa "dettar legge" nel nostro settore.

Questo accorgimento venne diffuso all'interno di una certa linea di prodotti per acquari qualche anno fa e, ancora oggi, viene spacciato per fondamentale nella lotta alle alghe.

Addirittura, si arrivò al punto di affermare, in modo assolutamente ridicolo, che ai tropici ci fossero sempre temporali a mezzogiorno, così da giustificare questa assurda pratica.

Le ragioni che spinsero a questa forzatura, in realtà, da un certo punto di vista, non sono del tutto assurde; sono solo mal impostate.

Vediamo, innanzitutto, di spiegare perché questo "buco di luce" sia inutile, se non dannoso.

L'interruzione dell'illuminazione porta le piante a un "falso stop" nella fotosintesi e scombussola il loro orologio biologico. Molte piante, infatti, hanno un meccanismo interno che le porta a sfruttare la luce per la fotosintesi solo per un certo numero di ore. Insistere con l'illuminazione, quindi, è inutile. Tuttavia, se a metà del loro fotoperiodo, quando la fotosintesi è massima, tra l'altro, noi togliamo la luce, le mettiamo in condizioni di non poter sfruttare al meglio la produzione di energia per il loro fabbisogno. Quando riaccenderemo la luce per un secondo periodo, la loro ripartenza sarà molto più lenta, in quanto faranno fatica a capire cosa stia succedendo. In pratica, facciamo loro raggiungere la massima velocità fotosintetica e poi, sul più bello, togliamo loro la luce. Tutti i meccanismi avviati si troveranno, di botto, senza "benzina", con danni anche importanti ai loro apparati.

Le alghe, invece, essendo organismi più semplici e adattabili, soffriranno di meno per questa interruzione.

Ora che abbiamo visto perché il buco di luce non serve, vediamo di capire da dove arriva questa scelta.

La linea che propugna questa interruzione è nota per i suoi acquari di piante; queste vasche, in genere, soffrono di un problema non sempre trascurabile: la sovrasaturazione di ossigeno. Secondo una linea di pensiero, un eccesso di ossigeno in acqua rallenta i meccanismi fotosintetici e spinge le piante verso la respirazione, piuttosto che verso la fotosintesi. Inoltre, un eccesso di ossigeno in acqua è dannoso in quanto ossiderebbe il ferro a uno stato che, sempre per chi propugna questa teoria, non sarebbe disponibile per le piante. Come questa affermazione sia palesemente falsa, lo abbiamo visto in un altro punto di questo sito. Qui mi limiterò a dire che, alla luce di questa supposizione, per quanto sbagliata possa essere, l'eccesso di ossigeno può essere, effettivamente, estremamente dannoso. Ecco che l'interruzione forzata della fotosintesi, quindi, aiuterebbe a tenere basso il tasso di ossigeno, lasciando il ferro nello stato ridotto e impedendo alle piante di passare alla fase di respirazione.

Alla luce di quanto detto, quindi, appare abbastanza evidente che il famoso buco di luce non serve, in realtà, a nulla, se non a ostacolare la sana crescita delle piante.

Di certo, non ostacola le alghe.

Troppa anidride carbonica riduce l'ossigeno?

Ieri sera mi trovavo a Bologna, insieme agli amici del GAB, e, durante la serata, è emerso un problema di cui avevo già avuto notizia, ma che non avevo ancora trattato.

La domanda rivoltami, come avrete capito, riguarda il problema della distribuzione di anidride carbonica in acquario.

Non è infrequente, infatti, sentir dire che è meglio non esagerare con la distribuzione dell'anidride carbonica in acquario per non ridurre troppo la quantità di ossigeno disciolta e mettere, così, in difficoltà i pesci.

Ebbene, non c'è nulla di più falso.

Non esiste NESSUNA relazione tra anidride carbonica e ossigeno disciolti; possiamo tranquillamente dimenticarci questa diceria e distribuire anidride carbonica senza alcun timore.

Certo, non dobbiamo dimenticare che troppa anidride carbonica è comunque pericolosa per i pesci poiché in presenza di un'eccessiva quantità di CO2 i pesci possono avere difficoltà nella respirazione, ma non perché l'eccesso di CO2 ha provocato una riduzione del tasso di ossigeno, ma perché troppa CO2 rallenta, fino a bloccare, il processo respiratorio di scambio anidride carbonica-ossigeno. Quindi, per chiarire il punto, troppa anidride carbonica, INDIPENDENTEMENTE dalla concentrazione di ossigeno disciolto, rende difficile la respirazione dei pesci. Sottolineo l'avverbio indipendentemente, in quanto il punto critico è proprio questo: non è vero che l'anidride carbonica allontani o riduca l'ossigeno, ma troppa anidride carbonica rende difficile la respirazione.

Quindi, per chiudere, vi raccomando di diffondere senza alcuna paura CO2 nel vostro acquario (sempre che ciò sia effettivamente necessario), mantenendo sempre la sua concentrazione entro i limiti tollerati (15-25 mg/L di CO2 sono un buon compromesso tra la necessità vegetale e quella animale).

Walter Peris

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